di Bani Mauro
C’è una riflessione sul caso di Abderrahim Fakir che merita un ragionamento molto più profondo di un reel di TikTok, e che merita molto meglio della “tifoseria da stadio” che si vede in questi giorni, da chi grida già una sentenza, a chi difende gli agenti a prescindere da qualsiasi verifica.
Sui fatti esatti sta indagando la magistratura e indipendentemente da come finirà l’indagine rimane comunque una domanda: perché, in quel frangente, nessuno riesce a vedere quello che vede chi guarda il video con calma, giorni dopo?
La scienza che studia il comportamento umano sotto stress acuto dà una risposta che non giustifica, ma spiega. Sotto pressione estrema, il corpo aumenta rapidamente la produzione massiccia di due ormoni, adrenalina e cortisolo, in quantità che alterano biologicamente il modo in cui il cervello elabora le informazioni, producendo un effetto chiamato “visione a tunnel”: l’attenzione si concentra sulla minaccia principale percepita, in questo caso (secondo la ricostruzione degli agenti) un uomo che oppone resistenza, mentre tutto il resto, ovvero i segnali fisici di sofferenza reale come un respiro che si affievolisce, resta ai margini della percezione, probabilmente invisibile a chi è dentro la scena. La percezione del tempo stessa si distorce: pochi secondi, sotto stress, possono sembrare sufficienti per aver “già controllato la situazione”, quando in realtà non lo sono stati.
C’è poi un secondo meccanismo meno conosciuto e altrettanto documentato: quando più persone sono presenti nella stessa scena, in questo caso due agenti e quattro operatori del pronto soccorso, ciascuno tende inconsciamente a presumere che qualcun altro abbia sotto controllo un aspetto della situazione che lui stesso non sta guardando attentamente. È un fenomeno chiamato “diffusione di responsabilità”, ed è spesso il fattore più determinante nella catena di errori rispetto alla negligenza del singolo individuo.
E poi c’è la questione più difficile da accettare per chi osserva dall’esterno a posteriori: riconoscere il momento esatto in cui un contenimento fisico deve interrompersi, in mezzo a una tempesta ormonale che abbattedrasticamente la capacità logica del cervello di valutare correttamente la situazione, non è affatto semplice come sembra a mente fredda. Un corpo che oppone ancora resistenza involontaria può farlo anche mentre collassano le funzioni vitali. Il confine tra “sta resistendo” e “sta cominciando a morire” potrebbe essere, durante il fatto, estremamente più sottile di quanto appaia in un video rivisto con calma.
Nessuno di questi meccanismi assolve né condanna chi era in quella scena, e nessuno di essi deve servire a liquidare in fretta una domanda che la giustizia dovrà invece affrontare con la dovuta calma. Raccontano però qualcosa che raramente entra nel dibattito pubblico, dominato dalla ricerca di un colpevole: quanto sia umano, e fallibile, chiunque si trovi a intervenire in situazioni delicate come questa.
Ed è qui che la domanda si sposta dal singolo al sistema. Quanti operatori specializzati in crisi psichiatriche sono davvero presenti in Italia, e quanti tra loro sono operativi sul campo in interventi come questo? Che formazione ricevono agenti e soccorritori per gestire questi casi? Se la risposta è “non sufficiente”, il problema non si risolverà oggi né domani con una sentenza, qualunque essa sia, perché la prossima scena identica, con altre persone, in un’altra città, si ripresenterà comunque.
La giustizia stabilirà cosa è accaduto quella domenica a Bologna, ma le domande riguardano tutti noi, indipendentemente da come la pensiamo, sia per chi cerca giustizia per Fakir, sia a chi sta a cuore chi lavora ogni giorno per lo Stato sotto pressione estrema. Questa vicenda merita un ragionamento serio e dignitoso, non un tifo da stadio, non strumentalizzazioni.